… dimmi dove sei mi faccio tutta Roma a piedi

Amo gli incontri.

Quando viaggio da sola mi capita spesso di osservare le persone, sorridere quando incrocio lo sguardo di qualche sconosciuto sul treno o per strada.

Mi succede a volte di incontrare persone che, con un semplice sorriso, mi completano il cuore.

Questi ultimi giorni sono stati desi di persone nuove, emozioni strane come di legami che piano piano si spezzano.

Però Roma mi regala sempre grandi persone.

Caldo atroce.

Aspetto un autobus che in cuor mio so che non arriverà mai.

Ascolto in loop la stessa canzone perché c’è una frase che sembra parlare del mio stato emotivo attuale:

“Cara amica mia promettimi che persa nei tuoi giri, se qualcuno ti parla di me, un sorriso ti spaccherà in tre”

Un ragazzo mi chiede dove sto andando con questo zaino enorme. Gli dico che cerco di arrivare a Termini ma il 170 sembra non passare da Viale Marconi.

“Si sente che non sei di Roma, dai accompagno te e Calcutta, che hai nelle cuffiette, alla fermata giusta!”

La gentilezza ha quella meravigliosa capacità di rompermi lo schema.

Saluta e se ne va.

(Ammetto di aver fantasticato su una possibile storia d’amore tra noi due ma questa è un’altra storia!)

Sul bus siamo tutti schiacciati.

Non mi sentivo così compressa da qualche estate fa in attesa di sentire i Linkin Park e i Blink gli IDays.

Una signora francese mi sorride.

Tira fuori dalla borsetta un ventaglio di pizzo azzurro e ci spruzza del profumo di lavanda.

Inizia a sventolarlo.

Per entrambe.

Si chiama Monique e abita in Provenza, o almeno così mi è sembrato di capire.

Festeggia il 50º anniversario di matrimonio con il marito, sono tornati a Roma.

Tornati perché questa città magica fu la loro prima vacanze insieme.

Forse non attiro solo persone sbagliate.

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Autosabotaggio.

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Penso di avere un disturbo piuttosto pittoresco, un po’ anomalo ma non così tanto atipico.
Ho sempre avuto la tendenza a rispondere “No!” quando qualcuno mi chiedeva se avevo un fidanzato, anche se magari in quel momento nella mia vita qualcuno c’era. Prevedo le sciagure sentimentali e mi ci butto a capofitto o peggio, non capitano per caso ma me le procuro.
Ho sempre invidiato un pochino quelle coppie che sembrano nate per vivere come i vasetti dello Yogurt, sempre in due. Le vedo a fare la spesa, al cinema, ma le vedo soprattutto in macchina quando sono ferma al semaforo in attesa del verde.
Nel mio monolocale, da un anno a questa parte, posso stare una serata intera in completo silenzio, da sola. I primi tempi in questo silenzio ci stavo benissimo, mi sentivo libera, completa, indipendente. Oggi quando la mia vicina mi ha chiesto “Hai una fidanzato”, avrei tanto voluto risponderle che “sì, condivido il mio tempo con una persona. Adoro ascoltarlo quando rientra dal lavoro dopo una giornata di merda nonostante anche la mia non sia stata un granchè. Facciamo lunghe passeggiate nella natura perchè la mia casa di Arconate che affaccia sui campi mi manca da morire. A volte vorrei scappare a gambe levate dalla paura, una sorta di allarme autosabotaggio, paura che tutta questa felicità finirà. Ascoltiamo vinili fino a tarda notte abbracciati sul divano, tra un bacio e l’altro ci guardiamo e quel silenzio è una delle cose più meravigliose e incredibili del mondo”.

 

 

In balia delle onde.

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Settimana scorsa, nel centro di accoglienza profughi dove lavoro, è arrivato un bimbo, si chiama Daniel.
Occhi spenti.
Sguardo perso nel vuoto.
Ieri mi ha chiesto di poter vedere il mare, lui che nel mare ha visto tramontare e sorgere il sole centinaia di volte.
Io non gli ho portato il mare ma un libro, “Il colore delle emozioni”. Abbiamo passato un intero pomeriggio a sciogliere il groviglio di emozioni e rimetterle tutte al proprio posto, nel proprio barattolo.

“Nel barattolo rosa dell’amore ci posso mettere la mamma?”
“Certo Daniel… e il mare dove lo metti?”
“Nel barattolo nero, della paura. Ma anche in quello giallo, della felicità, perchè la mamma mi ha detto che da adesso posso sorridere tutti i giorni, grazie al mare che ci ha portato qui!”

Io nel mio barattolo giallo della felicità ci metto l’Africa.
In quello rosa dell’amore, invece, ci sono io, perchè voglio ricordare a me stessa, ogni giorno, che sono un essere speciale.
In quello nero della paura, c’è sempre l’innamoramento, l’amore per qualcuno. Su quello, ci devo lavorare ancora. parecchio.

Coincidenze.

Illustrator : @9Jedit ( twitter )

C’erano nell’ordine una città, un ponte bianco e una sera piovosa.
Da un lato del ponte avanzava un uomo con ombrello e cappotto. Dall’altro una donna con cappotto e ombrello.
Esattamente al centro del ponte, là dove due leoni di pietra si guardavano in faccia da centocinquant’anni, l’uomo e la donna si fermarono, guardandosi a loro volta. Poi l’uomo parlò:
– Gentile signorina, pur non conoscendola, mi permetto di rivolgerle la parola per segnalarle una strana coincidenza, e cioè che questo mese, se non sbaglio, è la quindicesima volta che ci incontriamo esattamente in questo punto.
– Non sbaglia, cortese signore. Oggi è la quindicesima volta.
– Mi consenta inoltre di farle presente che ogni volta abbiamo sottobraccio un libro dello stesso autore.
– Sí, me ne sono resa conto: è il mio autore preferito, e anche il suo, presumo.
– Proprio cosí. Inoltre, se mi permette, ogni volta che lei mi incontra, arrossisce violentemente, e per qualche strana coincidenza, la stessa cosa succede anche a me.
– Avevo notato anch’io questa bizzarria. Potrei aggiungere che lei accenna un lieve sorriso e sorprendentemente, anch’io faccio lo stesso.
-È davvero incredibile: in piú, ogni volta ho l’impressione che il mio cuore batta piú in fretta.
– È davvero singolare, signore, è cosí anche per me, e inoltre mi tremano le mani.
– È una serie di coincidenze davvero fuori dal comune. Aggiungerò che, dopo averla incontrata, io provo per alcune ore una sensazione strana e piacevole…
– Forse la sensazione di non aver peso, di camminare su una nuvola e di vedere le cose di un colore piú vivido?
– Lei ha esattamente descritto il mio stato d’animo. E in questo stato d’animo, io mi metto a fantasticare…
– Un’altra coincidenza! Anch’io sogno che lei è a un passo da me, proprio in questo punto del ponte, e prende le mie mani tra le sue…
– Esattamente. In quel preciso momento dal fiume si sente suonare la sirena di quel battello che chiamano «il battello dell’amore».
– La sua fantasia è incredibilmente uguale alla mia! Nella mia, dopo quel suono un po’ melanconico, non so perché, io poso la testa sulla sua spalla.
– E io le accarezzo i capelli. Nel fare questo, mi cade l’ombrello. Mi chino a raccoglierlo, lei pure e…
– E trovandoci improvvisamente viso contro viso ci scambiamo un lungo bacio appassionato, e intanto passa un uomo in bicicletta e dice… “Beati voi, beati voi…”.

Tacquero. Gli occhi del signore brillavano, lo stesso fecero quelli della signorina. In lontananza, si udiva la melanconica sirena di un battello che si avvicinava.
Poi lui disse:
– Io credo, signorina, che una serie cosí impressionante di coincidenze non sia casuale.
– Non lo credo neanch’io, signore.
– Voglio dire, qua non si tratta di un particolare, ma di una lunghissima sequenza di particolari. La ragione può essere una sola.
– Certo, non possono essercene altre.
– La ragione è – disse l’uomo sospirando, – che ci sono nella vita sequenze bizzarre, misteriose consonanze, segni rivelatori di cui sfioriamo il significato, ma di cui purtroppo non possediamo la chiave.
– Proprio cosí – sospirò la signorina, – bisognerebbe essere medium, o indovini, o forse cultori di qualche disciplina esoterica per riuscire a spiegare gli strani avvenimenti del destino che quotidianamente echeggiano nella nostra vita.
– In tutti i casi ciò che è accaduto è davvero singolare.
– Una serie di impressionanti coincidenze, impossibile negarlo.
– Forse un giorno ci sarà una scienza in grado di decifrare tutto questo. Intanto le chiedo scusa del disturbo.
– Nessun disturbo, anzi, è stato un piacere.
– La saluto, gentile signorina.
– La saluto, cortese signore.
E se ne andarono di buon passo, ognuno per la sua strada.

Tratto da “L’ultima lacrima” di Stefano Benni 

 

Formiche.

 

IMG_6590.PNGEra una sera d’inizio primavera, tornai a casa prima di Luca. Stanca, feci i soliti quattro gesti quotidiani, aprii la porta, appoggiai le chiavi dell’auto nello svuota tasche, mi feci riempire di baci da Ben e andai verso il frigorifero per bere un bicchier d’acqua.
Li, sul piano della cucina, vidi una vera e propria invasione di formiche. Iniziai a piangere istericamente, perché io di fobie ne ho tante, ma quella degli insetti supera anche la claustrofobia.
“Ma sono solo formiche!”
“No, è che mi fa orrore avere delle formiche nella mia cucina.”
Così, passammo la notte ad uccidere formiche. Io cercavo di debellarle facendole annegare nello sgrassatore e Luca, lui rideva guardandomi. Arrivarono in fretta le due di notte, lui aveva sonno ed io lo costringevo ad uccidere formiche.
“Tra un mese vado via, se tornano le formiche dovrai ammazzarle da sola”
“Fa nulla, io sarò in una casa più pulita, non ci saranno piÙ.”
” non ci sarò neanche io….”
E rimanemmo abbracciati per un attimo che mi sembro eterno. Io con lo ChanteClair in mano e lui con le lacrime agli occhi, che cercava di mascherare.
Lì, in quell’istante, capii di avere una fobia ancora più grande delle formiche.

Io e Melkisedek ci siamo scelti.

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Io e Melkisedek ci siamo scelti.
Non ci siamo nemmeno cercati, siamo inciampati l’uno nella vita dell’altra. E’ andata veramente così.
1000 bambini africani sul sagrato di una chiesa e 5 Abazungu più bianchi che mai, in un piccolo villaggio accoccolato sulle colline del Burundi.
Stiamo giocando a “Sparviero!” che all’occorrenza si è trasformato in “Ghenda!” che significa semplicemente “VIA!” perchè in Africa urlare ad alta voce il nome di un uccellaccio feroce può destare terrore in tutto il villaggio.
All’urlo di uno dei miei compagni di viaggio, i 1000 bambini iniziano a correre a perdifiato verso di noi, poveri Abazungu in mezzo al campo. E lì, in quell’istante, lo vedo. Disteso a terra con decine di bambini che ignari di tutto continuavano a correre sopra di lui tentando di scappare dai malefici bianchi.
Basta mezzo secondo, mi lancio come un pesce contro corrente nel campo da gioco e lo raccolgo. Era pieno di terra rossa ovunque con qualche graffio qui e là.
Lo guardo preoccupata: “Amakuru Maki?”.
Mi sorride, mi fa una pernacchia e scappa dall’altra parte del campo zompettando vittorioso.
In quell’istante preciso, ci siamo scelti. Abbiamo deciso di essere parte l’uno della vita dell’altra per sempre.

Ogni giorno alle 15.00 precise, lui si sedeva fuori dalla nostra casetta e mi aspettava. In un angolino, nascosto. Mi sedevo accanto a lui e dentro me maledicevo me stessa per non aver imparato il Kirundi. Lui metteva la testa sul mio petto ascoltava il mio cuore, come se volesse assicurarsi che nonostante il colore della mia pelle, amavo nello stesso suo modo. Poi trovammo una lingua comune, non avevamo bisogno di parole, i gesti e i sorrisi erano in grado di esprimere emozioni che nessuna lingua al mondo sarebbe stata in grado di tradurre.
Ci facevamo una gran quantità di solletici, Melkisedek passava le ore ad accarezzarmi i capelli e ad arruffarli, passeggiavamo mano per mano per chilometri e chilomentri senza sentire la stanchezza, lui con i piedi nudi, io con la felicità nel cuore.

Chi ti sceglie, corre il rischio di saltare ad occhi chiusi nella tua vita. Una vita che non gli appartiene.
Ad essere scelti, non ci si abitua mai. Io poi, che giro che il senso di inadeguatezza nella borsa mentre cerco di mettere insieme alcuni pezzi di me stessa, che con il tempo trovo e perdo per strada.

E Melkisedek lo sapeva che sarei andata via e anche io lo sapevo: è qui che comincia il viaggio, da qui partiva il mio giorno in burundi, da quella maledetta sicurezza di incontrare volti, cuori, sorrisi che non avrei mai più rivisto.
Ma il giorno in cui ho salutato Melkisedek è stato diverso, abbiamo danzato per ore, ci siamo fatti il solletico guardando il mio primo e unico tramonto africano, celebrando la mia partenza con una risata, non so il perché, so solo che andrò via, ma con una grande promessa nel cuore: non dimenticare!!!

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Danza la vita.

 

hallo heute: Le Temps De L'Amour
A volte immagino.
Immagino che un giorno, più o meno lontano, toccherà a me l’onore di spogliarti.
Passerò un mano tra la tua chioma riccia e tu mi slegherai i capelli, facendoli ricadere dolcemente sulle mie spalle.
Le mie mani con leggerezza sbottoneranno il secondo bottone delle tua camicia azzurra e in silenzio ascolterò il tuo respiro rallentare finché il tempo non deciderà di fermarsi e inizierà a seguire il ritmo dei nostri baci leggeri.
Sfiorerò con la punta delle dita la forma delle tue labbra carnose per poi allungare le tue braccia per sfilarti la camicia e lasciarla cadere delicatamente.
Immagino di guardarti negli occhi neri e profondi per qualche istante, senza fare nulla, in silenzio, con la voglia di baciarti che mi fa esplodere il cuore.
Non sai quante volte ti ho baciato con gli occhi, forse un milione, o anche più.
Ci baceremo con la stessa disperazione di due che si sono aspettati una vita.
Le mani andranno dappertutto, ci baceremo e non riusciremo mai a bastarci.
Poi prenderò la tua vita e la appoggerò alla mia.
Danzeremo insieme.
Vivremo in bilico tra il centro delle nostre emozioni e il centro del mondo.
Lascerò il mio rossetto impresso per l’eternità sulla tua costola sinistra, quella che sapientemente protegge il tuo cuore.
Poi con la stessa lentezza ti porgerò un calice di vino rosso.
Così, un bel giorno, dopo tanto patire
Tu, ti ricorderai di avermi tanto atteso e avrai negli occhi un rapido sospiro.