In balia delle onde.

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Settimana scorsa, nel centro di accoglienza profughi dove lavoro, è arrivato un bimbo, si chiama Daniel.
Occhi spenti.
Sguardo perso nel vuoto.
Ieri mi ha chiesto di poter vedere il mare, lui che nel mare ha visto tramontare e sorgere il sole centinaia di volte.
Io non gli ho portato il mare ma un libro, “Il colore delle emozioni”. Abbiamo passato un intero pomeriggio a sciogliere il groviglio di emozioni e rimetterle tutte al proprio posto, nel proprio barattolo.

“Nel barattolo rosa dell’amore ci posso mettere la mamma?”
“Certo Daniel… e il mare dove lo metti?”
“Nel barattolo nero, della paura. Ma anche in quello giallo, della felicità, perchè la mamma mi ha detto che da adesso posso sorridere tutti i giorni, grazie al mare che ci ha portato qui!”

Io nel mio barattolo giallo della felicità ci metto l’Africa.
In quello rosa dell’amore, invece, ci sono io, perchè voglio ricordare a me stessa, ogni giorno, che sono un essere speciale.
In quello nero della paura, c’è sempre l’innamoramento, l’amore per qualcuno. Su quello, ci devo lavorare ancora. parecchio.

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Coincidenze.

Illustrator : @9Jedit ( twitter )

C’erano nell’ordine una città, un ponte bianco e una sera piovosa.
Da un lato del ponte avanzava un uomo con ombrello e cappotto. Dall’altro una donna con cappotto e ombrello.
Esattamente al centro del ponte, là dove due leoni di pietra si guardavano in faccia da centocinquant’anni, l’uomo e la donna si fermarono, guardandosi a loro volta. Poi l’uomo parlò:
– Gentile signorina, pur non conoscendola, mi permetto di rivolgerle la parola per segnalarle una strana coincidenza, e cioè che questo mese, se non sbaglio, è la quindicesima volta che ci incontriamo esattamente in questo punto.
– Non sbaglia, cortese signore. Oggi è la quindicesima volta.
– Mi consenta inoltre di farle presente che ogni volta abbiamo sottobraccio un libro dello stesso autore.
– Sí, me ne sono resa conto: è il mio autore preferito, e anche il suo, presumo.
– Proprio cosí. Inoltre, se mi permette, ogni volta che lei mi incontra, arrossisce violentemente, e per qualche strana coincidenza, la stessa cosa succede anche a me.
– Avevo notato anch’io questa bizzarria. Potrei aggiungere che lei accenna un lieve sorriso e sorprendentemente, anch’io faccio lo stesso.
-È davvero incredibile: in piú, ogni volta ho l’impressione che il mio cuore batta piú in fretta.
– È davvero singolare, signore, è cosí anche per me, e inoltre mi tremano le mani.
– È una serie di coincidenze davvero fuori dal comune. Aggiungerò che, dopo averla incontrata, io provo per alcune ore una sensazione strana e piacevole…
– Forse la sensazione di non aver peso, di camminare su una nuvola e di vedere le cose di un colore piú vivido?
– Lei ha esattamente descritto il mio stato d’animo. E in questo stato d’animo, io mi metto a fantasticare…
– Un’altra coincidenza! Anch’io sogno che lei è a un passo da me, proprio in questo punto del ponte, e prende le mie mani tra le sue…
– Esattamente. In quel preciso momento dal fiume si sente suonare la sirena di quel battello che chiamano «il battello dell’amore».
– La sua fantasia è incredibilmente uguale alla mia! Nella mia, dopo quel suono un po’ melanconico, non so perché, io poso la testa sulla sua spalla.
– E io le accarezzo i capelli. Nel fare questo, mi cade l’ombrello. Mi chino a raccoglierlo, lei pure e…
– E trovandoci improvvisamente viso contro viso ci scambiamo un lungo bacio appassionato, e intanto passa un uomo in bicicletta e dice… “Beati voi, beati voi…”.

Tacquero. Gli occhi del signore brillavano, lo stesso fecero quelli della signorina. In lontananza, si udiva la melanconica sirena di un battello che si avvicinava.
Poi lui disse:
– Io credo, signorina, che una serie cosí impressionante di coincidenze non sia casuale.
– Non lo credo neanch’io, signore.
– Voglio dire, qua non si tratta di un particolare, ma di una lunghissima sequenza di particolari. La ragione può essere una sola.
– Certo, non possono essercene altre.
– La ragione è – disse l’uomo sospirando, – che ci sono nella vita sequenze bizzarre, misteriose consonanze, segni rivelatori di cui sfioriamo il significato, ma di cui purtroppo non possediamo la chiave.
– Proprio cosí – sospirò la signorina, – bisognerebbe essere medium, o indovini, o forse cultori di qualche disciplina esoterica per riuscire a spiegare gli strani avvenimenti del destino che quotidianamente echeggiano nella nostra vita.
– In tutti i casi ciò che è accaduto è davvero singolare.
– Una serie di impressionanti coincidenze, impossibile negarlo.
– Forse un giorno ci sarà una scienza in grado di decifrare tutto questo. Intanto le chiedo scusa del disturbo.
– Nessun disturbo, anzi, è stato un piacere.
– La saluto, gentile signorina.
– La saluto, cortese signore.
E se ne andarono di buon passo, ognuno per la sua strada.

Tratto da “L’ultima lacrima” di Stefano Benni 

 

Formiche.

 

IMG_6590.PNGEra una sera d’inizio primavera, tornai a casa prima di Luca. Stanca, feci i soliti quattro gesti quotidiani, aprii la porta, appoggiai le chiavi dell’auto nello svuota tasche, mi feci riempire di baci da Ben e andai verso il frigorifero per bere un bicchier d’acqua.
Li, sul piano della cucina, vidi una vera e propria invasione di formiche. Iniziai a piangere istericamente, perché io di fobie ne ho tante, ma quella degli insetti supera anche la claustrofobia.
“Ma sono solo formiche!”
“No, è che mi fa orrore avere delle formiche nella mia cucina.”
Così, passammo la notte ad uccidere formiche. Io cercavo di debellarle facendole annegare nello sgrassatore e Luca, lui rideva guardandomi. Arrivarono in fretta le due di notte, lui aveva sonno ed io lo costringevo ad uccidere formiche.
“Tra un mese vado via, se tornano le formiche dovrai ammazzarle da sola”
“Fa nulla, io sarò in una casa più pulita, non ci saranno piÙ.”
” non ci sarò neanche io….”
E rimanemmo abbracciati per un attimo che mi sembro eterno. Io con lo ChanteClair in mano e lui con le lacrime agli occhi, che cercava di mascherare.
Lì, in quell’istante, capii di avere una fobia ancora più grande delle formiche.

Io e Melkisedek ci siamo scelti.

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Io e Melkisedek ci siamo scelti.
Non ci siamo nemmeno cercati, siamo inciampati l’uno nella vita dell’altra. E’ andata veramente così.
1000 bambini africani sul sagrato di una chiesa e 5 Abazungu più bianchi che mai, in un piccolo villaggio accoccolato sulle colline del Burundi.
Stiamo giocando a “Sparviero!” che all’occorrenza si è trasformato in “Ghenda!” che significa semplicemente “VIA!” perchè in Africa urlare ad alta voce il nome di un uccellaccio feroce può destare terrore in tutto il villaggio.
All’urlo di uno dei miei compagni di viaggio, i 1000 bambini iniziano a correre a perdifiato verso di noi, poveri Abazungu in mezzo al campo. E lì, in quell’istante, lo vedo. Disteso a terra con decine di bambini che ignari di tutto continuavano a correre sopra di lui tentando di scappare dai malefici bianchi.
Basta mezzo secondo, mi lancio come un pesce contro corrente nel campo da gioco e lo raccolgo. Era pieno di terra rossa ovunque con qualche graffio qui e là.
Lo guardo preoccupata: “Amakuru Maki?”.
Mi sorride, mi fa una pernacchia e scappa dall’altra parte del campo zompettando vittorioso.
In quell’istante preciso, ci siamo scelti. Abbiamo deciso di essere parte l’uno della vita dell’altra per sempre.

Ogni giorno alle 15.00 precise, lui si sedeva fuori dalla nostra casetta e mi aspettava. In un angolino, nascosto. Mi sedevo accanto a lui e dentro me maledicevo me stessa per non aver imparato il Kirundi. Lui metteva la testa sul mio petto ascoltava il mio cuore, come se volesse assicurarsi che nonostante il colore della mia pelle, amavo nello stesso suo modo. Poi trovammo una lingua comune, non avevamo bisogno di parole, i gesti e i sorrisi erano in grado di esprimere emozioni che nessuna lingua al mondo sarebbe stata in grado di tradurre.
Ci facevamo una gran quantità di solletici, Melkisedek passava le ore ad accarezzarmi i capelli e ad arruffarli, passeggiavamo mano per mano per chilometri e chilomentri senza sentire la stanchezza, lui con i piedi nudi, io con la felicità nel cuore.

Chi ti sceglie, corre il rischio di saltare ad occhi chiusi nella tua vita. Una vita che non gli appartiene.
Ad essere scelti, non ci si abitua mai. Io poi, che giro che il senso di inadeguatezza nella borsa mentre cerco di mettere insieme alcuni pezzi di me stessa, che con il tempo trovo e perdo per strada.

E Melkisedek lo sapeva che sarei andata via e anche io lo sapevo: è qui che comincia il viaggio, da qui partiva il mio giorno in burundi, da quella maledetta sicurezza di incontrare volti, cuori, sorrisi che non avrei mai più rivisto.
Ma il giorno in cui ho salutato Melkisedek è stato diverso, abbiamo danzato per ore, ci siamo fatti il solletico guardando il mio primo e unico tramonto africano, celebrando la mia partenza con una risata, non so il perché, so solo che andrò via, ma con una grande promessa nel cuore: non dimenticare!!!

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Danza la vita.

 

hallo heute: Le Temps De L'Amour
A volte immagino.
Immagino che un giorno, più o meno lontano, toccherà a me l’onore di spogliarti.
Passerò un mano tra la tua chioma riccia e tu mi slegherai i capelli, facendoli ricadere dolcemente sulle mie spalle.
Le mie mani con leggerezza sbottoneranno il secondo bottone delle tua camicia azzurra e in silenzio ascolterò il tuo respiro rallentare finché il tempo non deciderà di fermarsi e inizierà a seguire il ritmo dei nostri baci leggeri.
Sfiorerò con la punta delle dita la forma delle tue labbra carnose per poi allungare le tue braccia per sfilarti la camicia e lasciarla cadere delicatamente.
Immagino di guardarti negli occhi neri e profondi per qualche istante, senza fare nulla, in silenzio, con la voglia di baciarti che mi fa esplodere il cuore.
Non sai quante volte ti ho baciato con gli occhi, forse un milione, o anche più.
Ci baceremo con la stessa disperazione di due che si sono aspettati una vita.
Le mani andranno dappertutto, ci baceremo e non riusciremo mai a bastarci.
Poi prenderò la tua vita e la appoggerò alla mia.
Danzeremo insieme.
Vivremo in bilico tra il centro delle nostre emozioni e il centro del mondo.
Lascerò il mio rossetto impresso per l’eternità sulla tua costola sinistra, quella che sapientemente protegge il tuo cuore.
Poi con la stessa lentezza ti porgerò un calice di vino rosso.
Così, un bel giorno, dopo tanto patire
Tu, ti ricorderai di avermi tanto atteso e avrai negli occhi un rapido sospiro.

“Parto. Ma dove vado?”

Rebecca Vincent: A terrifically fun and colorful artist
Da giorni ormai litigo con una specie di grillo parlante isterico che ha preso dimora nel mio stomaco, un mio caro amico sostiene si chiami ansia, ma io non l’avevo mai conosciuta prima d’ora e non vorrei prendere troppa confidenza con lui.
Le mie conversazioni tipo sono: “La valigia? Hai dimenticato qualcosa? Se ti fai male? Se prendi la malaria? Attenta alle zanzare, e i pidocchi? Oh mio Dio devi assolutamente tingerti i capelli per non prendere i pidocchi. Ma dici che prenderà il telefono? Come fai a sentire i tuoi amici. E i social? Mica li puoi aggiornare.”
Io ascolto, ma non ho modo di rispondere, ogni tanto arriva Ben a salvarmi, mi porta il guinzaglio e mi fa fare una passeggiata in mezzo ai campi e quel malefico grillo se ne va.
Ultimamente abbiamo avuto una conversazione interessante e quel malefico grillaccio, forse aveva ragione, stavolta…
Era una sera calda, caldissima e io avevo una gran voglia di bere una birra in compagnia ma nessuno dei miei amici sembrava disposto ad ascoltare le mie lamentele: chi stava con il fidanzato, chi era troppo stanco, chi si doveva alzar presto e mi son detta, “bevitela da sola sta birra!”.
Mi siedo sul balcone, accendo una candela profumata alla vaniglia, stappo una Corona ghiacciata e mi rilasso.
“Ohi, ci sei? Che nervoso mi fai venire quando fai finta di non sentirmi! Son qui! Non mi puoi cacciare, sarebbe da maleducati, sono venuto a farti compagnia…. mi offri una birra?”
“Oh no, grillaccio, chi ti ha fatto entrare?”
“Tu….”
“Io?! Maledizione, ci sono cascata di nuovo!! Sei insopportabile, siediti, dai… Ma non parlar troppo che ho mal di testa!”
Silenzio.
“Scusa ma che fai? Non parli? Mi metti agitazione così!”
“Mi hai detto di stare zitto…deciditi!”
“Vabbè, parlo io…. allora ho finito di preparare la valigia con 5 giorni d’anticipo, ho stampato i documenti necessari, le vaccinazioni sono in regola e il quaderno bianco per scrivere è nello zaino. Gli amici, quei pochi che ho, li ho quasi salutati tutti. Mamma e Papà son preoccupati quel poco che basta. Il Popi è in vacanza e quindi non ha tempo di pensare ad una sorella un po’ matta in partenza per l’Altro Mondo. Al lavoro è tutto tranquillo, ho delegato un compito ad ogni collega che mi starà odiando e io ho voglia di partire. Mi han detto di tranquillizzarmi e ovviamente non l’ho fatto e direi che son pronta… “
“Scusa, Marti, precisamente dove stiamo andando io e te?”
“Io e te? No caro, io sono buona con tutti ma in questo caso non ci sto, tu stai a casa! E comunque torniamo in Burundi, cioè torno, io torno. Tu stai ad Arconate.”
“Sì, ho capito… ma dove andiamo?”
“Vado, io….Sai essere proprio noioso quanto ti ci metti, lo sai? A Mutoiy…e poi non è la prima volta che lo faccio, dai! Sono già stata in Burundi e pure in Etiopia, cosa vuoi che sia?”
“No, non hai capito la domanda, dove andiamo?”
“Vado via da qui. Lontana da Arconate, lontana da questo paese che mi è sempre stato stretto. Che alcuni giorni odio da morire, con la gente che sa sempre tutto di tutti, con la privacy che non esiste e la mentalità arretrata dei giovani…. ma che altri giorni amo, per la natura, le passeggiate eterne nei campi, i tramonti sul Canale Villoresi, uscire per fare una passeggiata e incontrare tante persone che mi salutano. Ecco, sto andando lontano da tutto questo.”
“Ah, ho capito… e precisamente perchè andiamo via?”
“Per pensare, ovvio.”
“Tu? Pensare? Ma se non fai altro tutto il giorno!!! Ho fatto gli straordinari in queste ultime settimane, maledizione!!”
“Ehi, fai poco lo spiritoso che voglio vedere te ad andare in Burundi….!”
“Infatti ci vengo!”
“Maledetto! Comunque, direi che, gli ultimi due anni non sono stati proprio semplici. Mi sbaglio? Mamma lo dice sempre che dopo il Servizio Civile non sono più stata la stessa di prima. Ho un continuo bisogno di emozioni che mi tolgono il fiato. Ho allontanato tanti amici e ho imparato a vivere la solitudine. Mi sono, finalmente, accettata per la splendida persona che mi sono ritrovata a vivere, con tutti i miei mille difetti. Con le mie gambe troppo corte, le mie maledette tette troppo grandi, il mio viso rotondo che mi fa smembrare sempre una ragazzina, i miei kg di troppo. Per non parlare del mio orgoglio oltre limiti, la mia sensibilità, la mia empatia smisurata, il mio correre dietro sempre alle persone sbagliate, il buttarmi a capofitto quando percepisco che qualcuno sta soffrendo. Per non parlare di come ho allontanato l’amore. Quello non riesco neanche a prenderlo in considerazione. Direi che, mia cara, ne ho di cose a cui pensare, o sbaglio?”
“Tutto molto interessante…Ma dobbiamo andare fino in Burundi per pensare?”
“Sì, perchè odio l’estate: fa caldo è umido e ci sono le zanzare!”
“Perchè in Burundi invece è una festa….”

Amarsi Male

Ho passato tre anni della mia vita accanto ad un ragazzo incapace di donare affetto.
Le emozioni erano la sua paura più grande, con il tempo si era costruito un barriera di razionalità che lo aveva reso freddo, distante e rigido.
Le persone che incontravo per strada, invidiavano il nostro rapporto, mi facevano i complimenti perchè eravamo una coppia meravigliosa, e il nel mio cuore speravo che lui cambiasse.

Nel mio piccolo paese, tutti per anni ci hanno detto che io e Luca eravamo fatti per stare insieme, con il tempo ce ne siamo convinti anche noi e in un freddo inverno, due giorno prima di Natale ci mettemmo insieme. Ricordo che eravamo sulla mai auto, fuori iniziavano a scendere i primi fiocchi di neve e noi in silenzio li guardavamo accasciarsi dolcemente sul parabrezza e svanire. Poi lui mi disse che voleva provarci, che era stanco di essere mio amico, che era pronto per mettersi con me, che forse era da sempre innamorato di me. Ma non ne era convinto.

Io amo sempre in maniera smisurata, è il dramma delle persone sensibili, lasciano il cuore ovunque, spesso anche dove non serve. Così in quei tre anni donai a Luca il mio intero cuore, ma lui non sapeva che farsene. Era troppo impegnato ad avere successo al lavoro, ad essere gratificato dalle cose materiali. Si dedicava ad attività lodevoli che potessero nutrire il suo ego smisurato. Era campione di nuoto, e tutte quelle ore passate in piscina gli avevano regalato delle spalle forti e larghe. Quante volte avrei voluto sdraiarmi sul divano, accoccolata tra le sue braccia, guardando un film dopo una lunga e difficile giornata di lavoro. Ma lui aveva sempre qualcosa da fare, documenti da finire, relazioni da spedire via mail, telefonate importanti. Tutto veniva prima di me.

Ma io non sono una persona che si arrende facilmente, così lottavo per l’uomo che doveva essere l’altra metà della mia mela. Lui non credeva alle mie dichiarazioni di affetto, le trovava inutili, mi accusava di non amarlo abbastanza.
Ricordo che una sera d’estate, organizzai un pic-nic. Ho sempre amato passare del tempo all’aria aperta, ascoltare la natura, guardare le nuvole che cambiano forma. Era il mio giorno di riposo dal lavoro, mi alzai presto e preparai dei meravigliosi tramezzini e del mojito con la menta raccolta dal nostro giardinetto urbano. Lui quella sera tornò a casa e mi disse che avevo la faccia stanca, un po’ spenta, brutta insomma.
“Non è meglio che vai a riposare? Andiamo domani, magari, a mangiare. Ti porto in un ristorante, non a fare un pic-nic”.
Quella sera imparai ad amare me stessa, ad amare la mia solitudine, il mio essere meravigliosamente innamorata della vita e delle persone, soprattutto dei bambini.

Indossai un abitino bianco svolazzante, i miei orecchini di perle preferiti, mi truccai delicatamente, uscii di casa con il mio cestino da pic-nic e con la bicicletta sfrecciai forte per le viette di campagna.
Il profumo intenso dei campi di grano, le cicale e i grilli mi facevano compagnia, la leggera brezza estiva mi fece venire la pelle d’oca e alzò il vestitino lasciando intravedere le mutandine bianche a pois rossi.
In cielo c’era una stellata incantevole, io costeggiai gran parte della passeggiata sul Canale Villoresi e mi fermai in uno dei miei luoghi preferiti. Distesi a terra la tovaglia a quadrettini bianchi e blu e sentii la felicità entrarmi nel cuore.