Impariamo dal Grafene

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Domenica scorsa, a “che tempo che fa”, Massimo Gramellini da una buonanotte speciale ai telespettatori, io ero seduta sul divano e mi sono commossa.

Ora vi prego, dedicate un minuto del vostro tempo a questa storia, lasciatevi scuotere, interrogatevi, lasciate lontani i pregiudizi razziali, leggete e meditate.

I pregiudizi appesantiscono il cuore e annebbiano la vi(s)ta: evitiamoli, avremo molta più vita da raccontare, molte più esperienze da vivere. Con leggerezza, che ce n’è bisogno.

Ringrazio le storie come quella di Sahid, mi permettono di sperare nel futuro, mi danno la forza di non lasciarmi andare, di non demordere. Sahid con la sua tenacia e la sua perseveranza ha donato a me e a tutte le persone che lo incontreranno per strada e lo ascolteranno, un briciolo di umanità in più. GRAZIE!

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Quando andavo all’università, c’era un ragazzo marocchino di nome Sahid che vendeva accendini e fazzoletti sotto la Mole, abbordando gli studenti in dialetto piemontese (Cerea, me amis!). Mai avrei immaginato che trent’anni dopo avrei raccontato in televisione la storia di suo fratello.

Rachid Khadiri arriva in Italia nel 1999, a undici anni, sul sedile posteriore di una Golf scassata. È partito da Khouribka, in Marocco, dove la famiglia ha poca terra da coltivare e troppe bocche da sfamare.

La Golf attraversa lo stretto di Gibilterra, la Spagna e la Francia del Sud, e parcheggia a Torino sotto casa di me amis Sahid. La prima sensazione del ragazzino appena sceso dall’auto è il freddo, nonostante sia agosto.

Finite le scuole medie, Rachid si diploma perito informatico. Il sabato pomeriggio e la domenica, quando i compagni vanno in discoteca, raggiunge i fratelli Sahid e Abdul sotto la Mole per vendere cianfrusaglie e tirare su qualche spicciolo. Uno dei giorni più belli della sua vita è quando riesce a piazzare il primo foulard. Ne è orgoglioso, perché sa che con quei soldi i fratelli maggiori pagheranno la bolletta della luce.

Preso il diploma, Rachid vorrebbe smettere, ma i fratelli si oppongono. «Tu non devi finire come noi. Tu devi studiare. La mamma e gli altri parenti in Marocco sono d’accordo, e anche papà lo sarebbe, se fosse ancora vivo. Basterà che ci aiuti un po’ nel tempo libero. Al resto penseremo noi».

Rachid si iscrive alla facoltà più prestigiosa e difficile di Torino: Ingegneria. Per lui comincia una doppia vita. La mattina al Politecnico con i libri di Analisi Uno, il pomeriggio sotto la Mole con gli accendini. Un giorno alcuni compagni di corso lo riconoscono sotto i portici, coi foulard e i braccialetti appesi alla spalla sinistra. Lo fissano a lungo, poi tirano diritto per non imbarazzarlo. Rachid se ne accorge e la mattina dopo, in facoltà, è lui ad affrontare la questione. Da quel momento quei ragazzi diventano i suoi amici.

Una sera in via Roma, mentre sta rincasando dal lavoro e si prepara a una notte di studio, viene circondato da una banda di ragazzini. Avranno più o meno sedici anni. Lo chiamano sporco negro e marocchino schifoso, lo riempiono di botte. Sono sei, sette, otto, troppi per difendersi. Gli lasciano una cicatrice sotto l’occhio destro. Ma Rachid è un’anima positiva e di quell’esperienza preferisce ricordare i passanti accorsi per aiutarlo.

Vince addirittura due borse di studio. Ma sui suoi sogni si abbatte la crisi economica. L’università ha esaurito i fondi per le borse e il lavoro di ambulante rende sempre meno: la paura della povertà abbruttisce i passanti, che oltre a non comprargli più nulla, lo mandano spesso a quel paese. Rachid trangugia le umiliazioni e la notte si rifugia nei libri dell’esame di chimica. Per qualche mese rinuncia anche al gas: non può permettersi di pagare la bolletta.

Un suo compagno di corso, Taddeo Fenoglio, ha scritto a Specchio dei Tempi della Stampa: «Posso testimoniare che l’esame più difficile del corso di laurea di Rachid non era scritto nel programma didattico, ma consisteva nello studiare in condizioni che il sottoscritto difficilmente accetterebbe. E di farlo con passione, inseguendo il suo traguardo senza mai metterci rabbia verso chi lo umiliava. Rachid è sempre stato “per” e mai “contro”»

Questa settimana è arrivato il Gran Giorno. Rachid ha indossato il completo blu regalatogli da una coppia di amici e ha preso con i fratelli il tram numero 10, quello che ferma davanti al Politecnico. A ogni fermata salivano ambulanti con la faccia allegra: era come se si stessero laureando anche loro. L’unico impassibile sembrava lui. Guardava la pioggia che cadeva monotona sui vetri del tram, poi rileggeva ancora una volta, l’ennesima, la tesi di laurea. Titolo: il grafene e le sue potenzialità.

«Il grafene – ha spiegato a Paolo Griseri di Repubblica – è un foglio sottilissimo che puoi adagiare su qualsiasi superficie. Resiste perché si adegua alla realtà»

Un’ora dopo la laurea, l’ingegner Rachid Khadiri era di nuovo a casa. Si è tolto il vestito blu, ha indossato la felpa del Toro di cui è tifosissimo, ha appoggiato alla spalla sinistra lo zaino arancione che lui ironicamente chiama «la mia vetrina» ed è tornato sotto la Mole a vendere accendini.

Il suo sogno, adesso, è un lavoro part-time presso qualche studio di ingegneria che gli consenta di mantenersi e di prendere la laurea specialistica. Nel frattempo continuerà, come dice lui, a fare il marocchino. E se non troverà sbocchi in Italia, non si demoralizzerà. Ha percorso tremila chilometri per arrivare alla laurea, è disposto a farne altrettanti per trovare un lavoro. Il grafene è resistente e si adatta a tutto.

Sta finendo la settimana di Lampedusa e dei dati Ocse che hanno condannato gli studenti italiani agli ultimi posti in Europa per conoscenza dell’alfabeto e della matematica. Una sconfitta che ha molti padri, ma anche una via d’uscita: imparare dal grafene, imparare da “me amis” Rachid.

Buonanotte.

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