12 anni schiavo: 12 anni di applausi.

12 anni schiavo (12 Years a Slave), questo è il tema del mio post.

Era da tempo che non sentivo l’esigenza di recensire/parlare/criticare un film. Era da tempo che non piangevo così tanto per un film. Era da tempo che non uscivo da una sala cinematografica un pò malinconica e pensierosa. Era da tempo che, durante la giornata, non ripensavo ad alcune scene del film visto la sera prima. Era da tempo che non guardavo a bocca aperta qualcosa.

12 Anni schiavo è diretto da Steve McQueen, il quale,  stava scrivendo una sceneggiatura su un uomo nero nato libero e che era stato poi costretto in schiavitù quando la sua moglie trovò la biografia di Solomon Northup. Steve rimase scioccato nel non aver mai sentito parlare di Northup e decise di fare un adattamento. Il film vede nel cast Chiwetel Ejiofor, Michael Fassbender, Benedict Cumberbatch (il mio Sherlock preferito!), Paul Dano (Che finisce sempre per fare la parte dello sfigato), Paul Giamatti, Lupita Nyong’o (Oscar meritato.), Sarah Paulson, Brad Pitt (stavamo giusto notando la capacità di Brad di risolvere ogni problema con così tanta facilità, dove arriva lui tutto si sistema!) , Alfre Woodard, Scoot McNairy, Taran Killam, Garret Dillahunt, Michael K. Williams, Quvenzhané Wallis, Ruth Negga, Bryan Batt, Chris Chalk, Dwight Henry, Anwan Glover, Marc Macaulay e Mustafa Harris.

Su Rotten, mentre sto scrivendo questo post, la percentuale delle recensioni positive è del 97%. Sticazzi, lasciatemelo dire.

CatturaOra cercherò di farvi capire perché ritengo questo film IMPERDIBILE.

Si accendono le luci della sala, il film è finito, io mi asciugo le lacrime, mi guardo attorno e per tirarmi su il morale il mio compagno di film mi dice ironicamente: “Dai, non essere triste, è solo un film!”. Solomon Northup cittadino americano LIBERO, nel 1853 ha pubblicato un’autobiografica omonima al film che racconta la sua storia.

E’ una storia semplice, che porta con se l’immagine narrativa intramontabile: Ulisse e il viaggio dell’eroe che, dopo aver affrontato diverse disavventure fa ritorno alla sua Itaca.

Siamo nel 1841, prima della guerra di secessione americana, in un’ America ancora razzista e spietata, un giovane violinista di colore, sposato e con due figli, , viene imprigionato e schiavizzato da un  padrone atroce, costretto a sopportare umiliazioni inimmaginabili per dodici anni, liberato, ritorna a casa dalla sua famiglia.

Il film procede lentamente (attenzione: non ho detto noiosamente!), porta con se una tale eleganza che sembra di guardare una pellicola classica, di altri tempi.

Le inquadrature, il montaggio, tutto il film sembra rimandare ad una crudele ballata all’inferno, sulle note di una soudtrack pazzesche di Hans Zimmer; una danza capace di smuovere l’anima dello spettatore, di svuotarlo completamente, di lasciarlo inorridito davanti a certe immagini che arrivano diritte al cuore; Una danza che può trasformarsi in una corsa, una corsa disperata.

Il film di McQuenn non ci risparmia la violenza; non è paragonabile a quella dei film di Tarantino ma è un’atrocità poetica che fa male male male al cuore. La scena che racchiude tutta la sadicità del film è sicuramente quella in cui  Chiwetel Ejiofor è costretto a infliggere alla povera Lupita Nyong’o una serie di violente frustate davanti agli occhi del padrone e della moglie arpia.

Un’altra scena che mi ha veramente scosso è quella dell’impiccagione di Chiwetel Ejiofor. Lunghe riprese fisse, riprese che un altro regista avrebbe sicuramente tagliato e risparmiato agli spettatori, invece no,Michael Haneke ancora più sadico decide di non spostare la macchina da presa. Questo è l’immobilismo di chi non ha fatto niente per cambiare le cose, per anni, decenni, secoli. Se servisse una solo scena per rappresentare secoli di segregazione razziale nei tanto democratici Stati Uniti d’America, sarebbe questa.

“Sì, vabbè, ma perché questi non si ribellano allo schiavismo, perché non scappano?” forse un pò tutti ce lo siamo chiesti… Eppure nella scena del tentativo di fuga ci rendiamo conto come non ci fosse una via d’uscita. NO EXIT.
Era come vivere dentro The Walking Dead, solo con al posto degli zombie gli schiavisti e al posto degli umani degli attori migliori.

La grande Chicca del film è lui, Michael Fassbender. ADORO. Per quanto Chiwetel Ejiofor sia stato ECCELLENTE nei panni di Solomon Northup, penso che il demoniaco Edwin Epps (interpretato appunto da Fassbender) sia il vero cuore pulsante del film. E’ lui che toglie qualsiasi barlume buonista  alla pellicola. Le sue risate demoniache sono terrificanti,  i suoi sguardi che atterriscono e scovolgono lo spettatore (almeno la spettatrice Martina, cioè io!!!)E’ lui, a mio parere, a salvare la pellicola nonostante il finale smielato e scontato. Ho letto su un giornale che dopo aver girato la scena dello stupro, Fassbander è svenuto.

Diciamocelo, siamo tutti bravi a fare i buoni salvatori della storia, (come Brad Pitt in questo caso), la vera sfida è riuscire a rendere credibile e non banale (Vedi Will Smith in “Storia d’Inverno”) un personaggio cattivo che rischia di cadere nel ridicolo.  McQueen grazie a Fassbender (divenuto oramai il suo più stretto e fido collaboratore) questa sfida l’ha vinta nonostante possa risultare stereotipato e troppo sopra le righe.

Vorrei lanciare una lancia a sfavore del film: Brad Pitt, l’eroe americano che aiuta l’umanità. Ho trovato la sua presenza un pò forzata e disturbante anche se, essendo realmente esistito non si poteva farne a meno. Purtroppo sul finali si è rischiato di cadere in un sentimentalismo e in un buonismo lontani dal modo di operare del regista.

Lupita Nyong, con il suo promo debutto sul grande schermo conquista l’Academy ed è già una star. Delicata, sofferente.

Il cinema di Steve McQueen non è un cinema di parole. È un cinema di immagini, di sequenze come quelle appena citate che lacerano la pelle; eppure il regista ci regala anche delle parole meravigliose:

“Io non voglio sopravvivere. Io voglio vivere.”
12 anni d’applausi.

Diciamo che finalmente, con McQueen ritorna il vero cinema, quello che conta, quello che fa aprire gli occhi allo spettatore, quello che “alla fine, ci lascia un senso di perdita”.

 

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