Amarsi Male

Ho passato tre anni della mia vita accanto ad un ragazzo incapace di donare affetto.
Le emozioni erano la sua paura più grande, con il tempo si era costruito un barriera di razionalità che lo aveva reso freddo, distante e rigido.
Le persone che incontravo per strada, invidiavano il nostro rapporto, mi facevano i complimenti perchè eravamo una coppia meravigliosa, e il nel mio cuore speravo che lui cambiasse.

Nel mio piccolo paese, tutti per anni ci hanno detto che io e Luca eravamo fatti per stare insieme, con il tempo ce ne siamo convinti anche noi e in un freddo inverno, due giorno prima di Natale ci mettemmo insieme. Ricordo che eravamo sulla mai auto, fuori iniziavano a scendere i primi fiocchi di neve e noi in silenzio li guardavamo accasciarsi dolcemente sul parabrezza e svanire. Poi lui mi disse che voleva provarci, che era stanco di essere mio amico, che era pronto per mettersi con me, che forse era da sempre innamorato di me. Ma non ne era convinto.

Io amo sempre in maniera smisurata, è il dramma delle persone sensibili, lasciano il cuore ovunque, spesso anche dove non serve. Così in quei tre anni donai a Luca il mio intero cuore, ma lui non sapeva che farsene. Era troppo impegnato ad avere successo al lavoro, ad essere gratificato dalle cose materiali. Si dedicava ad attività lodevoli che potessero nutrire il suo ego smisurato. Era campione di nuoto, e tutte quelle ore passate in piscina gli avevano regalato delle spalle forti e larghe. Quante volte avrei voluto sdraiarmi sul divano, accoccolata tra le sue braccia, guardando un film dopo una lunga e difficile giornata di lavoro. Ma lui aveva sempre qualcosa da fare, documenti da finire, relazioni da spedire via mail, telefonate importanti. Tutto veniva prima di me.

Ma io non sono una persona che si arrende facilmente, così lottavo per l’uomo che doveva essere l’altra metà della mia mela. Lui non credeva alle mie dichiarazioni di affetto, le trovava inutili, mi accusava di non amarlo abbastanza.
Ricordo che una sera d’estate, organizzai un pic-nic. Ho sempre amato passare del tempo all’aria aperta, ascoltare la natura, guardare le nuvole che cambiano forma. Era il mio giorno di riposo dal lavoro, mi alzai presto e preparai dei meravigliosi tramezzini e del mojito con la menta raccolta dal nostro giardinetto urbano. Lui quella sera tornò a casa e mi disse che avevo la faccia stanca, un po’ spenta, brutta insomma.
“Non è meglio che vai a riposare? Andiamo domani, magari, a mangiare. Ti porto in un ristorante, non a fare un pic-nic”.
Quella sera imparai ad amare me stessa, ad amare la mia solitudine, il mio essere meravigliosamente innamorata della vita e delle persone, soprattutto dei bambini.

Indossai un abitino bianco svolazzante, i miei orecchini di perle preferiti, mi truccai delicatamente, uscii di casa con il mio cestino da pic-nic e con la bicicletta sfrecciai forte per le viette di campagna.
Il profumo intenso dei campi di grano, le cicale e i grilli mi facevano compagnia, la leggera brezza estiva mi fece venire la pelle d’oca e alzò il vestitino lasciando intravedere le mutandine bianche a pois rossi.
In cielo c’era una stellata incantevole, io costeggiai gran parte della passeggiata sul Canale Villoresi e mi fermai in uno dei miei luoghi preferiti. Distesi a terra la tovaglia a quadrettini bianchi e blu e sentii la felicità entrarmi nel cuore.

 

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