Ti porto al mare

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Paolo Fox sostiene che oggi per i Pesciolini come me, sarà una giornata no.
Eppure ad ora di cose che ti fanno venire l’umore nerissio,
quello difficile da cacciar via e che rimane per alcuni giorni nello stomaco e te lo ribalta,
ecco, di quelle cose lì, così brutte, non ne sono ancora successe, anzi…

Domani mi portano al mare, e questa è una cosa bella.
Ho preparato una playlist Spotify, lo faccio per tutti i momenti importanti,
ci sono tutti quei pezzi che piacciono a noi e a poche altre persone speciali,
che ci faranno cantare per tutto il viaggio.

Arriveremo di notte, berremo un Gin Tonic in un posticino in riva al mare
ascoltando lo sciabordare delle onde che cancellerà ogni pensiero brutto
e lascerà il posto alla libertà.

“voglio essere felice”
“a chi lo dici…”
“rischiamo?”

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Io sto attenta

IMG_6119.PNGIo sto attenta a non calpestare le margherite nel prato quando arriva la primavera,
a non schiacciare le chiocciole che attraversano i vialetti dopo un temporale estivo,
Sto anche attenta a non pestare i piedi a nessuno,
Chiedo sempre grazie, prego, scusa e permesso.
Sto attenta a sorridere anche quando non ne ho la forza, a non dimenticarmi di nessuno
Io sto attenta e mi distrugge il cuore
Quando qualcuno
Distratto
Non si accorge
Che mi sta facendo male
Che sta entrando nella mia vita
Senza bussare…
prego, avanti, qui c’è SEMPRE posto per tutti.

(DIS)UMANITA’

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I viaggi in macchina sono rivelatori: la notte, il buio, la solitudine. I pensieri vagano e scavano nel cuore in cerca di risposte. Ieri sera rientrando a casa i miei pensieri sono entrati nel cuore e l’hanno reso triste, si è crepato.

Qualcuno ha un antidolorifico? 

La sola strategia efficace (forse) che ho trovato è quella di scrivere, di ricordare e di sognare momenti meravigliosi così da cacciare dal mio cuore la sensazione di essere invisibile, di poter essere dimenticata in un batter d’occhio. In ordine sparso, senza un apparente senso logico, di getto.

Voglio fare un viaggio in tenda
Io e te in uno spazio piccino
per studiare il nostro profumo e il nostro respiro
che imparerà ad andare all’unisono
diventerà una cosa sola
Aggiungiamoci una vista da togliere il fiato,
qualche lucciola,
e le stelle
(che non mi interessa se “sono per gli sfigati”
a me le stelle fanno impazzire)
Poi ci mangiamo una pizza già tagliata a fettine
e tu aprirai una bottiglia di birra senza cavatappi
e la berremo lentamente
lentamente
lentamente
perchè le nostre parole, i nostri pensieri
occuperanno il NOSTRO qui ed ora
per lasciare poi spazio ai baci
Penso che io e te dovremmo proprio rivederci,
sbaglio o abbiamo un bacio in sospeso?

Poi non ti ho mai raccontato del Burundi, di quella volta che ho sbucciato IBIOBA per tutto il pomeriggio e mi son sentita davvero felice, di Anita che non riusciva a pronunciare il mio nome e mi chiamava “Museke” che significa sorriso, della cena attorno al falò, della luce che non c’era mai, dell’acqua Ferrarelle che mancava da morire, dei grandi cerchi di gioia dove in mezzo di poteva ballare liberamente senza sentirsi giudicati, degli occhi tristi dei bambini.

Ho conosciuto tanti bambini con gli occhi tristi. Ma questa è un’altra storia e faccio ancora fatica a parlarne, quei bimbi mi hanno fatto conoscere me stessa più di chiunque altro. Mi hanno anche regalato un sogno, la mia casa famiglia.
Pero’ di Vincenzo posso parlarne. Lui ha un posto privilegiato al centro del mio cuore. Ha degli occhi piccolissimi, sembra quasi un cinesino, assomigliano tanto ai miei. Sorride sempre. Sempre. Anche quando viene sgridato.
La sera, durante l’addormentamento, ci raccontavamo storie meravigliose, immaginavamo luoghi lontani e inesplorati, ma una storia gli piaceva più di qualunque altra, il racconto di quando Ben è entrato nella mia vita.

Ben è la mia ancora di salvezza dentro la mia vita fatta di tante conoscenze e poche amicizie vere.
Lo sguardo del mio cane mi ha sempre detto le parole giuste. Mi ha sempre dato forza, mi ha fatta sentire al sicuro… perché quando vicino hai qualcuno che ti ama sei al sicuro, sei dove hai bisogno di essere.
A volte si accorge prima lui di me, che il mio cuore sta soffredo maledettamente.

Quando soffro maledettamente sento il bisogno di salire su un palcoscenico e sfogare tutta la mia rabbia recitando.
Lì, con addosso la maschera di un personaggio, mi sento pienamente libera di esprimere la me stessa più vera. Sembra un paradosso ma i teatro è magico per questo, ti fa provare delle emozioni che non sapevi neanche potessero esistere.
Un giorno mi diedero da interpretare un personaggio ansioso. “Ansia? No, gente io non so neanche com’è fatta questa ansia!!”. Ecco, quel giorno Ansia entrò nella mia vita e devo ammettere che non è per nulla male come amica… a piccole dosi!!

Invece, forse lo sai, ma la musica nella mia vita non è mai entrata a piccole dosi, la mia amica Simo dice che prima o poi andrò in Overdose da concerti.

Ma in fondo che male c’è?

Forse il male è la dis(umanità) delle persone.

Sentirsi a casa.

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Conosco un luogo dove si respira costantemente l’ardente bisogno di “Sentirsi a casa”. Una casa come tante ma che porta dentro di sé una fiaba che narra di un diritto negato, un diritto che dovrebbe essere inalienabile, primordiale e così scontato.

DIRITTO DI VIVERE IN UNA FAMIGLIA.

Io in quella casa ci ho vissuto un anno. Un anno accanto a piccole meravigliose pesti. Insieme abbiamo studiato, abbiamo parlato, abbiamo cucinato, siamo stati in vacanza al mare o sulle giostre, abbiamo pianto e abbiamo riso. Abbiamo cercato, giorno dopo giorno, qualcosa che assomigliasse ad un “luogo sicuro” dentro di noi, che potesse svelarci il significato di “sentirsi a casa”.

Per mesi mi sono dannata alla ricerca di un motivo per cui per i miei bimbi fosse così difficile “Sentirsi a casa”. Ero arrabbiata che qualcuno avesse DECISO di potare loro via questa meravigliosa sensazione. Così un giorno presi un foglio bianco e prima di coricarmi ci scrissi sopra tutto ciò che per me significava casa…

Senza rendermi conto, giorno dopo giorno, portai la mia casa nella vita di questi bambini. Raccontavo loro delle lunghe passeggiate che facevo con Ben, di quanto ci volesse a pulirlo, delle grandi russate che faceva ai piedi del mio letto e di quanto, dopo una lunga giornata con loro, rientravo a casa e lui mi aspettava sul divano pronto a coccolarmi. Spiegavo loro che il Venerdì è giorno di pulizia, a casa mia si cambiano le lenzuola e io adoro andare a dormire in mezzo alle lenzuola pulite che profumano sempre di violetta. Provavo a far immaginare loro i grandi pranzi della domenica, con il nonno Piero che immacabilmente, in ogni stagione, prepara la polenta con i bruscitti e la nonna fa la pasta con il pesce, due pietanze che tra loro non c’entrano nulla, ma a casa Zanotti sono la colonna portante dei raduni familiari.

Poi una Domenica come tante, alla Casa Gialla decisi di preparare la polenta del nonno Piero. Io e il piccolo V. passammo tutta la mattina a “rugare” con un lungo mestolo, quando ci ritrovammo tutti insieme a tavola, esclamò con grande soddisfazione: “Marti, ora un po’ mi sento a casa!”.

Il giorno dopo gli portai una bellissima foto che ritraeva noi due in bicicletta, con un sorriso meraviglioso. Creammo una bellissima cornice con la pasta, la dipingemmo con le tempere e la attaccammo sopra al suo letto. Così nel giro di qualche mese accanto alla nostra foto iniziarono ad apparire tanti volti che riempivano non solo la stanza ma anche il cuore. Quando la sera si sentiva spaesato, dormiva in una piccola tenda da campeggio che avevamo montato proprio  a fianco al suo lettino abbracciato ad un grosso pupazzo di Mike Wazowski. Uno spazio sicuro, un luogo conosciuto, un pavimento solido. Casa.

Così in quell’anno l’idea di Casa ha accompagnato i miei pipponi mentali. Ho visto la sensazione di “sentirsi a casa” penetrare nel profondo di ogni bambini che a fatica ricostruiva il suo essere e ho riadattato la mia idea di casa, ho imparato a portare la mia casa in giro per il mondo così da potermi adattare in ogni situazione.

L'immagine può contenere: una o più persone, persone in piedi e spazio all'aperto

Mi sono sentita a casa in Burundi, quando davanti ad un falò ho ascoltato racconti meravigliosi, di bimbi con il sorriso grande e il cuore bisognoso d’affetto.

Mi sono sentita a casa davanti a tante birre bevute in un bar qualsiasi ma con la persona giusta.

Mi sono sentita a casa calpestando la terra polverosa del cammino che ho percorso da Sarria a Santiago de Compostela. La Cattedrale, mi ha accolta e mi ha confidato che il mio grande sogno, è quello giusto. Cambiare il mondo, nel mio piccolo.

Mi sono sentita a casa su un palcoscenico con indosso una parrucca rosa e una luce puntata su di me.

E così ho imparato che la casa che vai ad abitare non può essere già tutta adatta. Deve essere addomesticata. La casa deve adattarsi a te mentre la vivi, e tu devi adattarti ad essa. C’è uno scambio dinamico tra house ed home, per usare i due distinti termini inglesi, che la nostra lingua invece riunisce. Questo significa sentirsi a casa: vivere questa relazione fatta di adattamenti, aggiustamenti, pentimenti, sistemazioni continue.

La Casa Gialla, resterà sempre parte una parte fondamentale del puzzle che compone la mia idea di HOME. 

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La Pazza Gioia: ritratti di disperazione e di folle ricerca di una gioia impossibile

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Ieri sono stata al primo incontro della rassegna cinematografica che propone il Cinema Teatro Dante di Castellanza. Il film d’introduzione era La Pazza Gioia di Virzì.

La capacità di Virzì di dipingere ritratti estremamente realistici, comici ma allo stesso tempo commoventi di personaggi diversissimi tra loro e eccezionalmente caratterizzati, riesce sempre a stupirmi. Ma che fosse un genio… lo si sapeva già!

Ma in questo film ci sbatte in faccia la realtà di due donne meravigliosamente travagliate che si conoscono in una comunità terapeutica, apparentemente nulla le accomuna ma in realtà hanno alle spalle una tremenda storia di sfruttamento e abbandono.

Due splendidi ritratti di follia e disperazione, di mancanza di limiti, di folle ricerca di una gioia impossibile che poi, paradossalmente, proprio grazie a quella follia che rifiuta ogni limite, sembra diventare possibile.

Ho sempre amato le persone e quando guardo un film con dei personaggio così caratterizzati adoro soffermarmi sulle caratteristiche e sui particolari più minuziosi. Ecco, questo è quello che cercherò di fare ora. Cercherò di farvi amare queste due donne tanto quanto (o forse quasi!) le amo io.

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La prima è Beatrice, magistralmente interpretata da Valeria Bruni Tedeschi che avevamo già incontrato ne “Il Capitale Umano” sempre di Virzì. Lei è letteralmente incontenibile. Si sente in dovere di giudicare tutto e tutti senza preoccuparsi delle emozioni degli altri, non smette mai di parlare, si sente in pieno diritto di violare ogni tipo di norme e regole, si sente al di sopra degli altri. Però aimè, è anche molto intelligente e grazie a questo riesce a manipolare chiunque con estrema facilità. C’è una scena molto rappresentativa in cui riesce a far credere alla famiglia adottiva del piccolo Elia (figlio di Donatella) di essere una psicologa o la scena meravigliosa in cui accoglie Donatella in comunità fingendo di essere la dottoressa. Perchè è così, i folli credono così ciecamente in ciò che dicono, oppure sono così motivati a mentire, spinti da un bisogno impellente e patologico, che saremmo portati a creder loro, se poi non ci fosse la realtà a smascherare le loro balle!

Beatrice è in grado di rigirare norme e persone a beneficio suo o di chi decide di favorire. Qui esce un aspetto fondamentale della sua patologia: il legame delirante e distruttivo con un uomo che l’ha sfruttata e rovinata, ma che lei continua a cercare insistentemente. 

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Donatella è il mio grande amore, interpretata da Micaela Ramazzotti. Dannazione, probabilmente Donatella è riuscita a sbattermi in faccia dei ricordi dai quali inconsciamente mi nascondo. Una delicata fragilità, vorrebbe essere quasi invisibile invece viene osservata da loro.

Loro. I servizi sociali. Loro. I dottori. Loro lo sapevano, sapevano tutto. Che piangevo, che ho sempre pianto, che piangevo per la scuola, che piangevo per i compiti. Ho sempre pianto. Sono nata triste. Depressione maggiore, hanno detto. E allora curami no? Invece che curarmi che fai, mi togli Elia?

Ha paura Donatella Morelli e ha ragione. Ha ragione perchè tutto quello che esiste al di fuori della comunità di Villa Biondi fa male. Ma lei decide di scappare lo stesso. Sì, lei scappa perché ha un unico scopo un unico obiettivo un pensiero fisso ed è trovare il modo di vedere Elia, suo figlio.

Donatella ha sempre lo sguardo basso, le spalle incassate e i capelli davanti alla faccia. Però trova la forza di scappare, di cercare nella sua terribile vita l’unica cosa bella che ha, Elia. Quel figlio che ora è lontano da lei, in affido.

Risultati immagini per la pazza gioia fotogrammiNon voglio fare una lettura femminista del film, quella scontata che ho letto in tante recensioni in cui si dice che una cosa che accomuna le due protagoniste è proprio l’essersi rovinate la vita a causa di uomini che le hanno sfruttate e abbandonate. Non solo i rispettivi amanti, ma anche il padre stesso di Donatella, che l’ha abbandonata da piccola e che lei continua a idealizzare e a cercare. NO. Mi rifiuto. 

In questo film c’è ben altro!!!!! Il dolore che hanno dentro arriva da un’infanzia di abbandono, di solitudine profonda e si racchiude tutto nella battuta “Io sono nata triste”.

“Ci diamo alla pazza gioia”, dice Beatrice dopo essere scappata insieme a Donatella. Eppure le due donne finisco per passare due giorni d’infernale ritorno al passato, di parenti schifosi e di uomini ancora più schifosi. Sballottate in un mondo esterno che preferisce guardare da un’altra parte, infastidito, imbarazzato, a volte meschino e crudele.

A Virzì il grande merito di aver raccontato e descritto in modo esemplare ne La pazza gioia, di aver dato un volto umano a quelli che sono di solito percepiti solo come “mostri”, privi di umanità, esseri alieni con i quali non si può comunicare. Eppure io sono estremamente convinta che  in ognuno di noi ci sia una dose di sofferenza con cui fare i conti e un briciolo di pazzia.

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Siamo fatti per essere amati


Se un giorno ti sentirai particolarmente triste o inaspettatamente felice, prova a fare un esperimento

Prendi tutta la tua tristezza o la tua felicità, la tua rabbia o la tua gioia poi esci di casa.
Esci di casa, di sera, quando c’è già il buio. Possibilmente di notte. Vai in campagna. Lontano dalle case, dalle luci, dalle insegne dei negozi, dalle televisioni e dalle strade troppo affollate. Vai in un posto dove il cellulare possibilmente non prenda. Scegli un posto come questo: il più silenzioso e buio che trovi. 

Poi prendi tutta la tua tristezza o la tua felicità, la tua rabbia o la tua gioia e prova a buttarla fuori. Urlando, gridando, muovendoti, danzando, scalciando come sei capace. Sgolandoti finché non ti sembra di esserti sbrodolato tutto fuori.

 Poi aspetta qualche istante. Siediti. Stenditi. E guardati intorno. Ma soprattutto guardati sopra.

Sopra le nuvole di una giornata triste e soffocante ci sta sempre l’azzurro del cielo col sole che splende a mille. 

 E tuttavia non possiamo accettare di urlare la nostra rabbia, il nostro dolore o la nostra gioia al vuoto degli spazi che ci sovrastano, non possiamo accettare di essere ingoiati in un universo indifferente, inospitale e del tutto sproporzionato rispetto al nostro mondo. Non possiamo accettare di non essere niente rispetto al tutto. Non possiamo accettare che tutto quello per cui lottiamo, speriamo, amiamo, che tutto quello che ci fa soffrire o entusiasmare non sia che un insignificante battito di ciglio rispetto all’infinità del tempo e un granello di polvere rispetto all’infinità dello spazio.

 Il fatto stesso che quando stiamo male, il fatto stesso che quando stiamo bene abbiamo bisogno di qualcuno a cui dirlo, abbiamo bisogno di qualcuno a cui comunicarlo, con cui dividere le nostre passioni, i nostri timori, la nostra felicità, il fatto che quando qualcosa ci bolle dentro abbiamo bisogno di ritrovarci davanti a un cielo come questo, davanti a un volto, davanti a un Tu che ci ascolta, tutto questo ci mostra che noi siamo fatti per essere qualcuno negli occhi di un altro, per essere un volto, un grumo di sentimenti, una storia di fronte al volto, ai sentimenti e alla storia di un altro, in una parola questo cielo smisurato ci mostra che siamo fatti per essere amati.

C’era una volta un posto. Che ora non c’è più.

Approaching Shadow, 1954 by Fan Ho:

Ci sono luoghi che mi rimangono nel cuore. Li riconosco subito, fin dal primo momento mi sento a casa. Ci sono luoghi dove potrei stare per sempre, luoghi dove il respiro si espande e sento l’aria che si sistema, prende posto nei polmoni e mi infonde benessere.
Ci sono tanti luoghi dove potrei sedermi e restare immobile per ore, come in un fermo immagine ma senza noia.

Spesso mi capita di restare ore in questi luoghi, innamorarmi e fare a me stess aprimesse di vita futura. Osservo ogni minimo dettaglio: il colore degli alberi, la forma delle nuvole, il profumo della terra e la bellezza dei fiori. Qui verrò a passare gli ultimi attimi della mia esistenza. Ma sì, lo anch’io che non sarà così, ma in fondo non è quello che fanno gli amanti? Giurare cose impossibili? Ed io, in quel momento, amo, amo quel luogo. PERDUTAMENTE.

Ci sono dei luoghi che lasciano nel cuore un ricordo che non si cancellerà mai.

Oggi mi hanno rubato uno dei miei luoghi preferiti. Quel luogo dove un giorno, guardando il cielo, ho espresso il desiderio di poter guardare quelle stesse stelle con la persona che si è permessa di prendere quel luogo, che da mio è poi diventato nostro, e donarlo ad un’altra.

Ci sono luoghi così fortemente legati a dei ricordi che, quando ci si ritrova faccia a faccia con quel panorama mozzafiato, con la brezza che profuma di primavera, si ha quasi paura di rovinare gli attimi meravigliosi passati in quel luogo.

Così da quel giorno, quello in cui litigammo parecchio, proprio in quel luogo, io non ci sono più tornata. Non volevo rischiare di cancellare il ricordo delle nostre mani che si sfiorano sotto la coperte. Il profumo dei nostri baci rubati e il rumore dello scatto della mia macchina fotografica. Non volevo disturbare quel NOI che possedeva quel luogo magico. Quel NOI che tornava ogni anno lì, come se fosse un rito, il giorno prima del mio compleanno.

We are all moving so fast and rarely take the time to stop and appreciate the world around us. Technology is a wonderful concept until it hinders us from enjoying our surroundings.:

Così questa mattina, presa dai miei turbamenti, mi sono seduta su una panchina ad osservare la gente. Mi sono resa conto che preferisco il caos delle persone ai paesaggi silenziosi. Mi piace guardare i loro lati buffi e immaginare la loro vita. Mi piace parlare con loro.

Quindi, sai cosa ti dico, tienilo il mio posto preferito che io sono fatta per vivere il mondo non per osservarlo!!